
Corey Stoll è Hemingway in "Midnight in Paris"
I protagonisti delle sue storie sono sempre ispirati a persone che lei ha conosciuto?
Ovviamente no. Questo vale solo per alcuni, certo, ma di solito invento i personaggi sulla base della mia esperienza, di ciò che conosco e di quanto ho capito della gente.
Potrebbe spiegarci il processo che trasforma una persona reale in un personaggio di fantasia?
Se le rispondessi, quest’intervista farebbe la fortuna degli avvocati in cerca di cause per diffamazione.
Lei distingue, come fa E. M. Forster, tra personaggi “piatti” e personaggi “a tutto tondo”?
Quando si prova a descrivere qualcuno, ne esce un’immagine piatta, come una fotografia, e dal mio punto di vista non si è ottenuto niente di buono. Se invece lo si costruisce mettendo insieme tutto quello che si conosce di lui, il personaggio acquisisce profondità.
Dall’intervista di George Plimpton “Ernest Hemingway. L’arte della narrazione” (1958), in The Paris Review. Interviste – vol. 1, trad. di Franca Valente, Fandango, Roma 2009, pp. 47-73.






